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«Tutto ciò che tu fai e soffri nel tuo interno non è altro che la formazione e la maturazione di questo parto tutto di Cielo»

Inno Cristologico della Lettera agli Efesini (tredicesima parte)

13/11/2017

«In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1,11-14).

 

I vv. 13-14 dell’inno cristologico di Efesini, dichiara che i credenti in Cristo hanno ricevuto lo Spirito santo che era stato promesso, ascoltando il Vangelo della salvezza in Cristo.

Non c’è dubbio che nel percorso d’Israele la promessa di Dio assume pian piano un contenuto preciso in riferimento allo Spirito. Il tema dello Spirito nell’AT, emerge progressivamente man mano che ci si rende conto di dover contrastare nell’esperienza dell’uomo una tendenza istintiva al male e all’infedeltà. L’inclinazione al male i profeti l’hanno riscontrata con sempre maggiore chiarezza. Il profeta Osea parla di uno “spirito di fornicazione” (cfr. Os 4,12) che sta dentro il cuore d’Israele e l’inclina all’infedeltà: una forza invincibile, che non è controllabile, che produce l’infedeltà. E sempre Osea immagina la salvezza di Dio come all’intervento di un medico. Nell’ultimo capitolo il profeta dice: «Io li guarirò dalla loro infedeltà» (Os 14,5a). L’“infedeltà” è una malattia cronica e non guaribile con le medicine umane; quindi deve essere il Signore a compiere un’opera di risanamento: «Io li guarirò dalla loro infedeltà»; la medicina è l’amore di Dio, è un amore generoso e gratuito (di “vero cuore” significa proprio gratuito), quindi un amore non giustificato. E quando questo amore raggiungerà il cuore dell’uomo questo potrà essere risanato, l’infedeltà potrà essere guarita e cancellata dall’amore di Dio: «li amerò di vero cuore».

 

Il 18 dicembre 1927 Gesù parla a Luisa di come le parole dei Profeti sulla sua venuta sulla terra, erano per disporre i popoli a desiderare e volere la salvezza, e nel ricevere queste profezie, ricevevano il deposito di queste promesse ed a seconda che Dio andava manifestando il tempo e il luogo della sua nascita, così andava aumentando la caparra della promessa.

Così sta facendo per il regno della Divina Volontà, ogni manifestazione che fa riguardante il “Fiat Divino” è un compromesso che compie, ogni sua conoscenza è una caparra di più che aggiunge ed è il segno che come è venuto il regno della Redenzione, così verrà il regno della Divina Volontà. Le sue parole sono vite che mette fuori e la vita deve avere il suo soggiorno e produrre i suoi effetti. Per questo Gesù chiede a Luisa la massima attenzione e che nulla possa sfuggire. Altrimenti si farebbe sfuggire un compromesso divino che porterebbe delle conseguenze.

 

Non solo i profeti hanno promesso lo Spirito, soprattutto lo ha promesso Gesù, soprattutto nei vangeli di Giovanni e di Luca, in cui il dono dello Spirito promesso, diventa necessario.

Lo Spirito permette un’esistenza nuova che si muove, non secondo i parametri o i condizionamenti del mondo, ma secondo l’impulso dell’amore dello Spirito che viene da Dio.

Ma c’è un altro elemento che troviamo alla conclusione del cap. 15 di Giovanni. Tra i molti annunci dello dono del Paraclito leggiamo: «Quando verrà il Paraclito che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio» (Gv 15,26-27). Secondo san Giovanni, c’è una doppia testimonianza che viene realizzata: la prima è quello dello Spirito dentro al cuore dei credenti, attraverso la convinzione profonda di fede che permette ai credenti di riconoscere in Gesù il rivelatore di Dio, e la manifestazione dell’amore di Dio; la seconda è quella che il credente è chiamato a rendere in mezzo agli uomini. Ebbene, se si uniscono i due elementi: la vita nuova e la testimonianza di questa vita nuova, che proviene da Cristo, ecco allora: «voi avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo».

 

«Avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria». Il termine “caparra”: viene dal linguaggio giuridico, è in qualche modo l’acconto che garantisce il pagamento totale. Noi abbiamo ricevuto il dono dello Spirito e nello Spirito abbiamo ricevuto l’acconto della salvezza. Non che siamo già salvi, però di questa salvezza abbiamo un acconto che ci garantisce sul pagamento totale.

Forse l’espressione più affabile è quella che troviamo nella Lettera ai Romani al cap. 8,14, quando Paolo parla della vita del cristiano come vita essenzialmente nello Spirito: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio», e se uno non è guidato dallo Spirito di Cristo non gli appartiene; quindi è lo Spirito che definisce la vita del credente. «La creazione stessa, infatti, attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). Figli di Dio lo siamo, ma questa identità non è ancora pienamente rivelata: «La creazione stessa … infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla servitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati» (Rm 8,19-24).

“Siamo stati salvati” “nella speranza” vuol dire: non nel possesso. La salvezza non la possediamo ancora; possediamo la redenzione, ma non ancora una salvezza definitiva e piena. Questo è il motivo per cui la nostra esistenza nel mondo è in fondo accompagnata da un “gemito”, cioè da un anelito, un desiderio forte, che si esprime nell’apertura e nello slancio verso il futuro che ci è stato promesso. Anzi dice Paolo: questo gemito non appartiene solo a noi ma alla creazione intera. Che ci sia questo gemito, Paolo lo sente evidentemente nella fede. Paolo sente il gemito della creazione e lo interpreta: è “il gemito del parto”, di un mondo nuovo che deve nascere e sta nascendo; che non può nascere senza lacerazioni e sofferenze, ma che sta nascendo. Di questo mondo nuovo c’è stata data la caparra, l’acconto; siamo certi che verrà, altrimenti non ci sarebbe nemmeno questo inizio che pure sperimentiamo nella gioia e nello stupore del rendimento di grazie.

 

 “Madre” e “Padre”, dice Gesù a Luisa 27 novembre 1926, lo si è quando una persona ha una missione speciale. Chiunque ha origine da questa missione compiuta si può chiamare figlio di questa madre. Madre vera significa portare nel seno il proprio parto (il figlio), formarlo col suo stesso sangue, sostenere pene e sacrifici e se occorre esporre la propria vita per dare vita al parto delle proprie viscere; sicché quando questo parto è maturato nel proprio seno ed è uscito alla luce, allora, con giustizia, con diritto e con ragione si dice il parto, figlio e colei che lo ha generato, madre. Perciò, per essere madre è necessario che si formino prima nel proprio interno e si generino nel proprio sangue tutte le membra, e gli atti di questi figli devono essere generati e partire dal cuore della propria madre.

Per essere figli del Divin Volere, siamo anche noi stati genereati in Esso, in Esso siamo stati formati e, più che sangue, la luce, l’amore della Divina Volontà, formandoci, innestava in noi i suoi modi, le sue attitudine, il suo operare, facendoci abbracciare tutti e tutto. Ora, possono generare i figli al Divin Volere solo chi è stato generato in Esso.

E, parlando della missione di Luisa, Gesù prosegue dicendo che è proprio da lei deve uscire la generazione di questi figli della Divina Volontà, perché Luisa, come una madre ha sofferto e soffre per partorire questi nuovi figli alla Divina Volontà. Chi è stata confinato dentro di un letto per più di sessantenni, per amore e per formare il suo parto e dare alla luce la generazione dei suoi figli? Nessuno. Quale madre, per quanto buona, ha sacrificato tutta la propria esistenza, fino a racchiudere in sé i pensieri, i palpiti, le opere, per fare che tutto fosse riordinato nel proprio parto, volendo dargli non una volta la vita, ma tante volte per quanti atti fa il suo proprio figlio? Nessuna. Proprio per quello che Luisa ha vissuto e sofferto, ella deve sentire in sé la generazione di questi figli, col seguire i pensieri, le parole, le opere, i passi, per riordinarli tutti nella Divina Volontà. Luisa è chiamata a desiderare di dare la vita a ciascuno, perché conoscere il Divin Volere è essere rigenerato in Esso. Tutto ciò che Luisa ha fatto nel suo interno e ha sofferto non è altro che la formazione e maturazione di questo parto tutto di Cielo. Ecco perché Gesù le ha detto più volte la sua missione è grande, né vi è chi possa pareggiarla, e ci vuole molta attenzione.

don Marco
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