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“Non temere, Regina nostra, Tu hai trovato grazia presso Dio, Tu hai vinto il tuo Creatore; perciò, per compiere la vittoria, pronuncia il tuo Fiat”

Ecco la serva del Signore: Il Signore ci sollecita a non avere timore

04/09/2018
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Nell’ora della difficoltà e della prova veniamo assaliti dai dubbi, non comprendiamo il significato delle vicende del mondo e della nostra stessa vita. La tentazione di non sentirci adeguati, all’altezza ci assale e finisce per far attecchire in noi la scelta di no proseguire il cammino, di non considerare che dio ci ha prediletti, ci ha chiamati e ci chiede di seguirlo, mettendoci a sua incondizionata disposizione.

 

Nonostante le nostre sordità e nostri rifiuti, il Signore non si scoraggia e non desiste. Si siede paziente alla porta del nostro cuore e aspetta che finalmente maturiamo la decisione di aprirgli la nostra vita. Ci sollecita di continuo a non avere timore, perché anche noi abbiamo trovato grazia presso di lui. Dio è con noi fin dal nostro primo istante e non ci lascerà mai. La nostra vita non è organa, abbandonata, ma è abitata dalla sua presenza, posta sotto il segno della sua signoria, nelle sue mani. Noi siamo ciò che accade quando il Signore viene. Tutto in noi è sua visita, suo amore chi ci è donato, suo perdono per ricominciare, non commisurato a quello che siamo stati o abbiamo compiuto.

 

L’Altissimo si è fatto figlio di Maria per essere come noi, uno di noi. È vissuto come noi perché vuole farci diventare come lui. La sorgente della nostra vita è in Lui. La vera gioia nasce dal ritornare a lui perché ci rinnovi continuamente, ci custodisca. Solo in Dio troveremo la forza di affrontare difficoltà, pericoli e incomprensioni e divenire portatori della speranza.

 

Sebbene la piccola donna di Nazareth sia avvezza alla relazione intensa e profonda con il Signore, il saluto dell’angelo provoca in lei turbamento.

Il divino è sempre misterioso, arcano e di fronte al suo svelarsi è normale essere avvolti dal timore. Tuttavia non è solo questa la ragione. Maria, pur essendo ancora una giovinetta, è ben introdotta nella conoscenza della storia della salvezza. Sa che nel passato simili saluti sono stati rivolti ai grandi personaggi, a cui Dio ha affidato la missione di guidare Israele e di condurlo lungo i sentieri della liberazione e dell’alleanza con lui. Per tale motivo è turbata e si interroga sul significato di quelle parole. È consapevole della propria insufficienza, della propria realtà di donna semplice e povera, figlia di gente umile. Si sforza di cogliere il senso di quell’evento che la fa vacillare, di quelle parole che comprende nel loro significato, ma che non riesce a rapportare pienamente a se stessa. Si sente una ragazza come tante, fragile e indegna dell’amore infinito del Padre, continuamente in lotta con se stessa per superare i propri limiti e cercare di conformarsi alla Parola.

 

Visto il comprensibile sconcerto di Maria, l’angelo Gabriele la rassicura. Non deve temere nulla, poiché ha trovato grazia presso l’Onnipotente. In lei il Signore, Dio di Israele, porterà a compimento la promessa messianica, fatta al suo popolo nel corso della storia della salvezza. Concepirà un figlio, lo darà alla luce e lo chiamerà Gesù, che significa “Dio salva”. Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, avrà il trono di Davide suo padre e il suo Regno non avrà mai fine. Da lei nascerà, in altre parole, il Messia, l’inviato dal Padre per la redenzione dell’intera umanità. Non solo il riferimento a Davide e a Giacobbe, ma l’intero discorso dell’angelo si fonda su presupposti e categorie che Maria conosce esattamente. Ciò che Gabriele le va dicendo non è qualcosa di strano, estraneo o imperscrutabile, ma è la sua storia, la storia della fede del popolo dell’Esodo, del suo popolo che, confidando nella fedeltà di Dio, è in attesa del compimento delle sue promesse secolari.

 

Maria riflette qualche momento in silenzio, medita dentro di sé quelle parole, guarda a se stessa: lei è soltanto una giovane donna, vergine e promessa sposa di un uomo di nome Giuseppe, dal quale non può avere un figlio perché non vive ancora con lui. Umanamente ciò che l’angelo le sta dicendo non è possibile.

 

Nel Libro “La Vergine Maria nel Regno della Divina Volontà”, Luisa riporta quello che Maria Santissima ha vissuto nel momento in cui l’angelo Gabriele è entrato nella sua casa a Nazareth.

La Vergine continuava la sua vita a Nazareth. Il “Fiat Divino” continuava ad allargare in lei il suo regno e se ne serviva dei suoi più piccoli atti, anche dei più indifferenti, quali erano il mantenere l’ordine della piccola casa, accendere il fuoco, spazzare, e tutti quei servizi che si usano nelle famiglie, per far sentire in lei la Sua vita palpitante nel fuoco, nell’acqua, nel cibo, nell’aria che respirava, in tutto, ed investendoli, formava sopra i suoi piccoli atti mari di luce, di Grazia, di santità, perché dove regna il Divin Volere, ha la potenza di formare dai piccoli “nonnulla” nuovi cieli di bellezza incantevole, perché Esso, essendo immenso, non sa fare cose piccole, ma con la sua potenza avvalora i “nonnulla” e ne forma le cose più grandi, da far strabiliare cieli e terra. Tutto è santo, tutto è sacro per chi vive di Volontà Divina.

Qualche giorno prima della discesa del Verbo sulla terra, già Maria vedeva il Cielo aperto ed il Sole del Verbo Divino alle sue porte, come per guardare su chi doveva prendere il suo volo, per rendersi “prigioniero” di una creatura. Era come uno alla vedetta e a spiare la fortunata creatura in cui doveva albergare il suo Creatore.

La SS. Trinità guardava la terra non più estranea, perché c’era la piccola Maria, che possedendo la Divina Volontà, aveva formato il regno divino dove poteva scendere sicuro, come nella sua propria abitazione, in cui trovava il Cielo e i tanti soli di tanti atti di Volontà Divina fatti nella sua anima. La Divinità ha avuto un “rigurgito d’amore” e le Persone Divine, togliendosi il manto di giustizia, che da tanti secoli avevano tenuto con le creature, si coprono con il manto di misericordia infinita e decretano tra loro la discesa del Verbo. A questo suono il cielo e la terra si stupiscono e si mettono tutti sull’attenti, per essere spettatori di un eccesso d’amore grande e di un prodigio inaudito.

La Madonna si sentiva incendiata d’amore, e facendo eco all’amore del suo Creatore, voleva formare un solo mare d’amore, affinché scendesse in esso il Verbo sulla terra. Le sue preghiere erano incessanti e, mentre pregava nella sua casa, un Angelo viene spedito dal Cielo come messaggero del gran Re, le si fa davanti ed inchinandosi la saluta: “Ave, o Maria, Regina nostra, il ‘Fiat Divino’ ti ha riempito di Grazia. Già ha pronunciato il ‘Fiat’, ché vuole scendere; è già dietro le mie spalle, ma vuole il tuo ‘Fiat’ per formare il compimento del suo”.

Ad un annuncio così grande, da lei tanto desiderato, ma che non aveva mai pensato che fosse lei l’eletta, è rimasta stupita e ha esitato un istante, ma l’Angelo del Signore le ha detto: “Non temere, Regina nostra, Tu hai trovato grazia presso Dio, Tu hai vinto il tuo Creatore; perciò, per compiere la vittoria, pronuncia il tuo ‘Fiat’”.

Così la Vergine Santissima ha pronunciato il ‘Fiat’ e, così, i due ‘Fiat’ si sono fusi e il Verbo Divino è sceso in lei. Il suo ‘Fiat’, che era avvalorato dallo stesso valore del ‘Fiat Divino’, dal germe della sua umanità ha formato la piccola Umanità che doveva racchiudere il Verbo ed è stato compiuto il gran prodigio dell’Incarnazione.

 

 

O potenza del ‘Fiat Supremo’,

Tu mi innalzasti tanto, da rendermi potente

fino a poter Io creare in me quell’umanità che doveva racchiudere il Verbo Eterno,

che Cieli e terra non potevano contenere!

I Cieli si scossero e tutta la Creazione si atteggiò a festa,

e tripudiando di gioia tutte le cose echeggiavano sulla casetta di Nazareth

per dare gli omaggi ed ossequi al Creatore umanato,

e nel loro muto linguaggio dicevano:

“O prodigio dei prodigi, che solo un Dio poteva fare!

L’Immensità si è impicciolita,

la Potenza si è resa impotente,

la sua Altezza inarrivabile si è abbassata

fin nell’abisso del seno di una Vergine,

e nel medesimo tempo è rimasto piccolo ed immenso,

potente ed impotente, forte e debole”.

don Marco
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