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6. La carità non è invidiosa

“Quando la mia Volontà vuole operare, i mari del mio amore si gonfiano, bollono, formano le sue onde altissime ... Invece quando il mio Fiat non vuole operare, il mare del mio amore è calmo”

10/04/2018
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Non c’è scienza, non c’è ricchezza, non c’è forza umana che uguagli il valore della carità: dolce, amabile, paziente e soprattutto non invidiosa. L’invidia invece è definita come: la tristezza per il bene altrui.

Nel libro della Sapienza si ricorda che la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo. Nel Cristianesimo l’invidia è considerata un vizio capitale perché porta all’eccessivo amore di sé a scapito dell’amore fraterno e dell’amore per Dio. L’invidioso non gode della felicità, della prosperità e del benessere altrui, ma mettendo l’ “Io” al centro, pretende l’esclusivo godimento di tutto. C’è un‘espressione latina che recita “mors tua vita mea” e che rappresenta molto bene la legge della giungla che prevale ad ogni livello in questo mondo decaduto. Questa locuzione viene del tutto capovolta dal Signore Gesù che insegna e ha dimostrato Egli stesso come per Lui valga piuttosto la regola: “Mors mea vita tua”. Nel mondo di Dio, dove regna l’amore autentico, ci si sacrifica, si muore, ci si dona per il bene altrui a proprio discapito. È questo lo stile di vita del mondo nuovo, della nuova creazione, per cui si arriva al sommo bene, alla perfetta pace solo quando si gode del bene altrui come fosse proprio. Tutto questo è molto bello, è il “paradiso anticipato” infatti il Paradiso sarà godere di Dio perché lo amo come fosse mio perché è mio. Ma perché è Lui non perché sono io. L’amore infatti suppone la diversità, la distinzione, godere dell’altro come altro. È il contrario dell’invidia. L’invidia invece è il principio della morte.

 

Purtroppo spesso “ci prende” la gelosia soprattutto quando dimentichiamo che tutto quello che abbiamo è soltanto dono di Dio, che ama tutti con amore infinito e allo stesso modo.  Allora perché invidiare il fratello se l’amore di Dio è per tutti? Infatti Gesù a Luisa, che durante una novena del Santo Natale stava considerando i nove eccessi d’amore dell’Incarnazione, tirandola a sé ha fatto vedere che ogni eccesso del suo amore era un mare senza confini (vol. XXV, 21 dicembre 1928) e in questo mare s’innalzavano onde altissime, nelle quali si vedevano scorrere tutte le anime divorate da queste onde di fiamme; come i pesci scorrono nelle acque del mare e come le acque del mare formano la vita dei pesci, la guida , la difesa, il cibo, il letto, la dimora di questi pesci, tanto che se escono dal mare possono dire: “la nostra vita è finita perché siamo usciti dalla nostra eredità, dalla patria dataci dal nostro Creatore”. Così queste onde altissime di fiamme che uscivano da questo mare di fuoco, col divorare le creature volevano essere la vita, la guida, la difesa, il cibo, il letto, il palazzo, la patria della creatura. Come esse escono da questo mare d’amore, d’un colpo trovano la morte e il piccolo Bambino Gesù piange, geme, prega, grida e sospira perché vuole che nessuno esca da queste sue fiamme divoratrici, quindi mentre il suo amore divora tutte le creature, esse, ingrate, non vogliono fare vita nel suo mare d’amore.

 

La creatura può essere felice solo vivendo nella Divina Volontà. Quando la creatura si dà in balia della Divina Volontà, Essa ha la virtù di far perdere la vita del male, non vi sono peccati o passioni che non sentano darsi la morte più che da ferro micidiale, anzi da se stesse muoiono, come la Divina Volontà regna nell’anima, così si sentono perdere la vita. Essa per il male è come il gelo alle piante che le inaridisce, le secca e le fa morire; è come la luce alle tenebre, infatti come compare la luce, le tenebre spariscono e muoiono, anzi neppure si sa dove sono andate, la Divina Volontà è come il caldo al freddo, il freddo muore sotto la virtù del caldo. Se il gelo, la luce, il caldo, le tenebre, il freddo hanno virtù di far morire le piante, molto più la Divina Volontà ha virtù di far morire tutti i mali insieme. Dove Essa non regna sempre non può comunicare tutti i beni e convertire in vita divina tutto l’insieme della creatura e dove manca la vita divina sorge il male e può succedere come alle piante, se si ritira la forza del gelo, le piante, sebbene stentate, incominciano a rinverdire, se si ritira la luce, le tenebre sorgono di nuovo, e se si ritira il caldo, il freddo acquista di nuovo la sua vita. Ecco quindi la grande necessità di fare sempre, sempre la Divina Volontà e di vivere in Essa se si vogliono allontanare tutti i mali e sradicare anche le radici delle passioni.

 

Gesù desidera tanto che venga il regno della Divina Volontà sulla terra, perché solo allora scomparirà il male in tutte le sue forme, infatti nei diari di Luisa (vol. XXIII, 28 settembre 1927) afferma che nella Divina Volontà non ci possono essere imperfezioni, né cattiverie, Essa ha la virtù purificatrice e distruggitrice di tutti i mali, la sua luce purifica, il suo fuoco distrugge perfino la radice del male, la sua santità santifica la creatura e l’abbellisce in modo che deve servire a felicitarla ed a prendersi tutte le sue delizie con chi vive in Essa, né ammette a vivere  nel Divin Volere creature che possano portare in loro imperfezioni e amarezze, sarebbero cose  contro la sua natura.

Perciò chi vuol vivere in Essa deve entrarvi nuda del tutto, perché la prima cosa che fa il Divin Volere è vestire l’anima di luce, Essa la abbellisce con abbigliamenti divini e le imprime sulla fronte il bacio della pace perenne, della felicità e della fermezza.

 

Facciamo nostra, la preghiera di S. Agostino: “Signore, fa’ che amministriamo bene la tua grazia multiforme, cioè che siamo convinti che i doni dati a noi sono degli altri, perché ci sono dati a vantaggio loro … Fa’ che ci serviamo a vicenda per mezzo della carità. Infatti la carità ci libera dal giogo della colpa quando vicendevolmente ci sottomette a servirci per amore, e così riteniamo che i doni altrui siano anche i nostri e agli altri offriamo i nostri come se fossero cosa loro”.

Tonia Abbattista
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