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10. La carità non si adira

“Tutte le virtù, se non hanno vita dall’amore, al più si possono chiamare virtù naturali, ma l’amore le cambia in virtù divine”

15/05/2018
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L’ira è una caratteristica dell’egoismo, è come un istrice, tutta punte, l’amore invece è molto smussato, cioè perde le punte, è levigato, è soave, non è aspro. L’ira non contenuta è fonte di parole e atti inconsulti che turbano fortemente i rapporti fraterni. Chi ama il prossimo invece preferisce far violenza a se stesso per vincere l’ira, piuttosto che ferire gli altri con l’asprezza.

Lasciarsi trasportare dall’ira, secondo la dottrina cattolica, è uno dei sette vizi capitali, perciò S. Paolo (Ef 4,31) raccomanda: “Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malizia”.

 

La dolcezza invece è il fiore della carità, è caratteristica della soavità infinita di Dio e del suo Figlio Gesù, che ne ha dato al mondo l’esempio più convincente particolarmente nella sua passione quando “oltraggiato, non rispondeva con oltraggi, soffrendo non minacciava” (1Pt 2,23). Nel salmo 103 si legge: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono”. L’amore quindi, al contrario dell’egoismo, è soave, non è aspro ma, nello stesso tempo, è forte, Gesù, che è l’Amore incarnato, dipinge se stesso negli scritti di Luisa (vol X, 16 maggio 1911) e afferma che Lui è tutto dolcezza, è benigno, clemente e misericordioso, tanto che per la sua dolcezza rapisce i cuori, ma è anche forte da stritolare e incenerire coloro che non solo opprimono i buoni, ma giungono a impedire il bene che vogliono fare. Pertanto chi è alla sequela di Cristo deve imitarLo, ecco perché Gesù istruisce: “la dolcezza ha la virtù di far cambiare la natura alle cose, sa far convertire l’amaro in dolce” (vol II, 23 maggio 1899), perciò desidera che Luisa sia più dolce.

 

L’egoismo è come un istrice, quindi punge, Gesù ci ammonisce al riguardo e, parlando a Luisa, (vol XXIX, 30 marzo 1931) sottolinea che a Lui è intollerabile la durezza del cuore umano, molto più di fronte al suo Cuore che è tutto tenerezza amorosa e bontà. Un cuore duro è capace di tutti i mali, giunge a tanto da fare una burla delle pene altrui. La prerogativa più bella del Cuore di Gesù invece è la tenerezza. Tutte le fibre, gli affetti, i desideri, l’amore, i palpiti del suo Cuore hanno per principio la tenerezza, sicché le sue fibre sono tenere, i suoi affetti e desideri sono tenerissimi, il suo amore e palpito sono tanto teneri che giungono a liquefare il suo Cuore per tenerezza e questo Cuore tenero lo fa giungere ad amare tanto le creature che si contenta di soffrire Lui, anziché veder soffrire loro. Un amore quando non è tenero è come un cibo senza condimento, come una bellezza invecchiata che non sa attirare nessuno a farsi amare, è come un fiore senza profumo, come un frutto arido, senza umore, né dolcezza. Un amore duro, senza tenerezza è inaccettabile e non avrebbe virtù di farsi amare da nessuno.

 

Gesù quindi non ammette che la creatura abbia modi risentiti e violenti, ma desidera che si imiti la sua infinita dolcezza, infatti in più frangenti dice a Luisa di calmarsi, (vol VII, 3 dicembre 1906) non vuole vedere in lei un animo inquieto, ma tutto deve essere dolcezza e pace in modo da potersi dire ciò che si dice di Lui, che non vi scorre altro che latte e miele, figurata nel miele la dolcezza, nel latte la pace. Poi aggiunge che Lui ne è talmente pieno e inzuppato che scorre fuori dai suoi occhi, dalla sua bocca e in tutto il suo operato, pertanto se Luisa non sarà come Lui, Egli si sentirà disonorato, perché non ammette sia pure l’ombra minima di un animo risentito e inquieto.

 

Gesù ama tanto la dolcezza e la pace, non approva mai i modi risentiti, violenti, focosi, ma quei modi dolci, pacifici, perché solo la dolcezza è quella che come catena incatena i cuori, in modo da non potersi sciogliere, è come pece che si attacca e non si possono liberare e sono costretti a dire: “in quest’anima c’è il dito di Dio”. Gesù ribadisce anche che chi parla e tratta di cose anche di Dio con modi non dolci, è segno che non tiene le sue passioni ordinate e chi non tiene se stesso ordinato non può ordinare gli altri, e istruisce, ammonisce, addita le vie della salvezza e sottolinea che la mancanza di stima nei confronti degli altri è mancanza di vera umiltà cristiana e di dolcezza, perché uno spirito umile e dolce sa rispettare tutti ed interpreta sempre bene i fatti altrui (vol III, 3 giugno1900).

 

La carità è pertanto sinonimo di “amore vero”, capace di cambiare le virtù da naturali in divine. Ancora Gesù dà a Luisa la defin.izione più completa dell’amore vero, quello con la “A” maiuscola (vol X, 23 novembre 1910). L’amore racchiude tutto, dà vita a tutto, di tutto trionfa, tutto abbellisce, tutto arricchisce. L’amore è geloso di tutto, anche del pensiero, del respiro, ancorché fosse onesto: tutto vuole per sé e con ciò dà all’anima la purità non naturale ma divina e così di tutte le altre virtù. Sicché l’amore si può dire è pazienza, l’amore è ubbidienza, è dolcezza, è fortezza, è pace, è tutto, e tutte le virtù se non hanno vita dall’amore, al più si possono chiamare virtù naturali, ma l’amore le cambia in virtù divine. L’Amore vero è Dio “ubi caritas et amor Deus ibi est”.

 

Impariamo perciò a frenare l’ira e a conformarci alla mitezza di Cristo che ha detto: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Gesù, infatti, è instancabile nel venire incontro alle fragilità umane, è sempre fra noi, pronto a portare a piene mani come balsamo che consola ogni amarezza.

Tonia Abbatista
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