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V Domenica di Pasqua

Nel mio futuro c'è un posto preparato solo per me

11/05/2017
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Fratelli e sorelle, Fiat!

Oggi le letture si aprono (Atti 6,1-7) con un episodio relativo ai primi cristiani: il loro numero crebbe tanto che gli apostoli non riuscirono più a occuparsi di tutto, sicché fecero scegliere sette collaboratori (i futuri diaconi) ai quali affidarono la pratica della carità, riservando a sé la predicazione e la preghiera. A distanza di duemila anni i primi pochi fedeli sono diventati milioni, e perciò la divisione dei compiti nella Chiesa si è di molto sviluppata; ma quel primo provvedimento indica la strada: la Chiesa non è dei vescovi e dei preti, ma di tutti i battezzati, e tutti hanno il diritto-dovere di sentirla come la propria famiglia spirituale, nella quale operare in forme diverse, secondo le proprie capacità, ma concordi, per il bene comune.


Nel vangelo (Giovanni 14,1-12) colpiscono due espressioni di Gesù. La prima, che già introduce alla prossima festa della sua ascensione al cielo, è una consolante promessa: “Vado a prepararvi un posto”.


Agli uomini incerti sul senso dei propri giorni, agli uomini delusi da esperienze mortificanti, agli uomini cui vanno stretti i confini di questa vita, ecco un’affascinante prospettiva, la chiara indicazione di una meta. Come un viaggiatore smarritosi durante il cammino non sa più orientarsi e perciò è tentato di sedersi al primo bar, ma ritrova slancio se qualcuno gli indica la strada; come chi “bighellona” in pantofole e non si decide a muoversi perché non conosce un posto che valga l’impegno del viaggio, subito si organizza se gliene prospettano uno adeguato: così per tutti gli smarriti e gli indolenti è un bello stimolo sapere di avere una meta. E per quanti si sono imbarcati in avventure allo spasimo, quando si accorgono di essere stati avventati ma ritengono di non avere alternative, è un conforto sapere che possono sempre cambiare. Per me, come per tutti, c’è un posto già preparato, col mio nome scritto sopra, sicché non devo temere che qualcuno più svelto o più furbo arrivi a soffiarmelo: o sarò io a occuparlo, o resterà vuoto.


Ma di che posto si tratta? È un posto invitante, appetibile? E non sarà troppo faticoso arrivarci? Esplicite o implicite, sono le domande di tutti, cui la seconda lettura (1Pietro 2,4-9) risponde ricordando anzitutto la nostra dignità: “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato e ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”. Gesù risponde più semplicemente ma con parole ancora più avvincenti: “Vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Essere per sempre con lui: esiste forse una prospettiva migliore? E se anche richiede impegno, forse che non lo vale?


L’impegno: quale? In che direzione? Come si raggiunge quel posto preparato per noi? A Tommaso che gli pone le stesse domande, Gesù risponde con la seconda espressione basilare del vangelo di oggi: “Io sono la via, la verità e la vita”. Per arrivare a quel posto, per conseguire l’unica meta in grado di dare senso al nostro andare di anno in anno, di giorno in giorno, Cristo è la via: occorre cioè aderire a lui, seguire le sue orme, fidarsi delle sue indicazioni di viaggio. Perché lui è l’unico a dare sempre quelle giuste; nel frastuono di voci che ci rimbombano dentro e intorno, tra i tanti sedicenti maestri che ci mitragliano di insegnamenti dagli schermi televisivi o dalla carta stampata, occorre distinguere la “sua” voce, perché Cristo è non una ma “la” verità. Di fronte agli sforzi immani della scienza che a questa vita sa dare soltanto qualche giorno in più, occorre ricordarlo sempre: lui è l’unico capace di abbattere la barriera della sua conclusione terrena; Cristo è la vita, quella vera, totale, senza fine. E la vita che è lui, nella sua incommensurabile bontà egli intende comunicarla a chi decide di accoglierla, seguendo le sue orme. “Vado a prepararvi un posto, perché dove sono io siate anche voi”.

 

Il 21 settembre 1927 Gesù dice a Luisa che, non c’è altra prova più certa e sicura e che può fare più bene tanto a lei quanto agli altri, dell’aver manifestato tante verità; la verità è più del miracolo. Essa porta con sé la Vita divina in modo permanente, e, dove giunge e chi l’ascolta, rende presente la verità insieme con la sua vita per darsi a chi la vuole. Quindi, le verità manifestate da Dio, sono luci perenni non soggette a estinguersi e vita che mai muore.

Quale bene produce una verità divina? Può formare i Santi, può convertire le anime, può disperdere le tenebre e ha virtù di rinnovare tutto il mondo. Perciò Dio opera un miracolo grande quando manifesta una sua verità, perché quando dà le prove che è Lui che si manifesta all’anima, o quando fa’ altre cose miracolose, queste non sono altro che ombra della sua potenza, luce passeggera e, siccome è passeggera, non porta a tutti la virtù miracolosa, ma si riduce all’individuo che ha ricevuto il miracolo e molte volte, neppure chi ha ricevuto il miracolo si fa santo.

Invece la verità contiene la vita e, come vita, porta la sua virtù a chiunque la vuole. Se Gesù nel venire sulla terra, non avesse detto tante verità nel Vangelo, anche se avesse fatto miracoli, la Redenzione sarebbe stata inceppata, senza sviluppo, perché le creature non troverebbero nulla, né insegnamenti, né luce di verità per apprendere i rimedi, per trovare la via che conduce al Cielo. Così sarebbe di noi, se Gesù non ci avesse detto tante verità specie sulla Divina Volontà, che è stato il più gran miracolo che Dio poteva fare in questi tempi. Far conoscere la Divina Volontà nel mondo, vuol dire restituire l’ordine, la pace, la luce, la felicità perduta, tutte queste verità porteranno l’uomo in grembo al suo Creatore perché si diano il primo bacio della Creazione e sia restituita l’immagine di Colui che l’ha creato.

Se pensiamo ai beni che porteranno alle creature tutte le verità dette sulla Divina Volontà, il cuore ci scoppierebbe di gioia, né possiamo temere che il nemico infernale abbia potuto osare manifestarci una sola verità sulla Divina Volontà, perché lui, di fronte alla luce di Essa, trema, fugge ed ogni verità sulla Volontà divina è per lui più di un inferno e, poiché non ha voluto né amarla, né farla, si è tramutato tutto per lui in tormenti che non avranno fine, lui innanzi alla sola parola “Volontà di Dio” si sente talmente scottare che monta in furore ed odia quella santa Volontà che lo tormenta più dell’inferno. Possiamo stare sicuri che Volontà di Dio e nemico infernale non vanno mai d’accordo, né insieme, né vicino, la sua luce lo eclissa e lo precipita nelle profondità dell’inferno. La raccomandazione per noi è che non perdiamo nessuna verità o semplice parola sul Volere Divino, perché tutto deve servire a compiere la catena dei miracoli perenni, per far conoscere il regno di Esso ed a restituire la felicità perduta alle creature.

don Marco
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